Curiosi, inutili ma sostanzialmente belli.

fa3fe_20150708-target-open-house-bedroom-wideThe internet of things: la rivoluzione della tecnologia ovunque e comunque.

Once upon a time il pane tostato. Nel 1990, John Romkey, scienziato del Mit, il Massachusetts Institute of Technology, creò un tostapane che si poteva attivare via internet. Tre anni dopo, nel laboratorio di informatica dell’Università di Cambridge, Quentin Stafford-Fraser e Paul Jardetzky elaborarono una webcam per monitorare il livello di caffè nel bricco. Nacque così un nuovo fenomeno, per il quale nel 1999 Kevin Ashton, un imprenditore britannico, coniò il termine «internet of things» (abbreviato dall’acronimo IoT), l’internet delle cose.

Oggi sono presenti sul mercato circa 18,2 miliardi di oggetti con elettronica integrata che trasmettono dati, un universo parallelo di ombre digitali. Il sociologo e giornalista Neil Gross, già nell’ormai lontano 1999 scrisse su Businessweek: «Nel prossimo secolo, il pianeta Terra indosserà una pelle elettronica…Questa pelle sta già prendendo forma ed è composta da milioni di dispositivi di misurazione elettronici integrati: termostati, manometri, rilevatori di inquinamento (…) che saranno in grado di monitorare, sondare…»

Parole lungimiranti, considerato che una delle maggiori storie di successo in quest’ambito è il termostato connesso Nest di Tony Fadell e Matt Rogers.

Nel vasto universo dell’IoT, le tecnologie Quantified Self (strumenti indossabili in grado di monitorare la funzioni corporee) meritano un discorso a parte. Così come le smart city, con i relativi progetti per introdurre automobili senza conducente e cassonetti intelligenti. Per ora intendo concentrarmi sulla smart homela casa intelligente.

La critica Allison Arieff, che scrive di tecnologia e design sul New York Times, si è espressa contro la sovrabbondanza dei dispositivi connessi, come quella palla da basket intelligente. In molti di questi oggetti, «la tecnologia è integrata non perché sia necessaria, ma in quanto esiste la tecnologia per integrarla». Una delle circostanze che heggminderanno ispirato la sua posizione è stata l’apertura di un modello di casa intelligente chiamata Open House nel negozio di San Francisco della catena Target. Una spettacolare struttura realizzata con pareti trasparenti progettata dalla società di design Local Projects, che ha lavorato anche al Memoriale dell’11 settembre. La Open house è colma di gadget. Non tutti sono necessari, funzionali o eleganti, ma le nozioni di forma e  funzione sono mutate profondamente negli scorsi decenni e ciò che oggi consideriamo un esempio di buon design forse non sarebbe stato accettabile negli anni Cinquanta. La prova del nove definitiva è costituita da una semplice domanda: se questi dispositivi non esistessero, il mondo ne sentirebbe la mnest_tancanza?

Questo discorso vale anche per oggetti apparentemente inutili. Alcuni appassionati di design sono fan del chindogu, l’arte giapponese dell’idea inutile, come gli occhiali imbuto per mettere il collirio. Sicuramente questa nuova moda, stimolerà altre invenzioni basate sull’arte del chindogu, come Egg Minder, ($ 12,51 su amazon) un portauova che segnala le date di scadenza (prodotto da Quirky). Verranno creati anche dispositivi veramente utili, come già accade: termostati connessi, lampade per controllare la qualità del sonno (Sense di Hello), lampadine antiladro che si accendono da sole (come BeON), chip di localizzazione e braccialetti che aiutano i non vedenti a orientarsi (realizzati da Ustraap). Quello che conta è migliorare i nostri strumenti fondamentali. La tecnologia è al nostro servizio non viceversa, e non dovremmo soccombere al suo canto ammaliatore.